Immersa nel grigio e nel bianco, sentiva di avere il sorriso congelato, come se la brina si fosse posata anche sul suo umore, da sempre mutevole a seconda della presenza del sole;
e in inverno ogni raggio era una fredda lama che quasi la trafiggeva, senza scaldare.
Quando passeggiava cercava indizi: gemme chiuse e nascoste, piccoli bucaneve nei giardini; annusava profondamente l'aria in attesa di un soffio di Zefiro con il suo profumo diverso, tutti presagi di una primavera che non era affatto scontato arrivasse.
La terrorizzavano, infatti, i racconti dell’inverno del 1929 che non finiva mai, o quello del 1816, solo un paio di secoli prima, quando il vulcano Tambora esplose cancellando la primavera e l’estate, trascinando lo strascico bianco della neve fino a giugno.
Non avrebbe potuto tollerarlo:
e soprattutto non avrebbe potuto sopportare un inverno nucleare, causato non dagli starnuti della Terra o dalle tempeste solari, ma dalla follia imperante e imperialista dell’uomo, degenerato pronipote della stirpe maledetta di Caino.
Sì, ne sarebbe stato capace: di cancellare la primavera.
L’Amore se ne stava in letargo, mentre covava tristi pensieri, avvolta com’era nel pesante mantello di lui, che avanzava nella nebbia a passo troppo lento e greve verso le montagne, dove in primavera si sarebbe ritirato.
Era prigioniera nel Cuore dell’Inverno.
©Silvia Bennardo 2026
(riproduzione ammessa citando l'autore)

Homo Homini Lupus
mosaico in marmo e pietra cm 40x28